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Ho una grande idea… E se qualcuno me la “ruba”?

23 settembre 2012

Nei post precedenti abbiamo parlato tanto di innovazione tecnologica e di quanto questa rappresenti uno dei fattori fondamentali per lo sviluppo di un’azienda, in particolar modo di una PMI che deve trovare sempre dei meccanismi di distinzione per competere in un mercato così concorrenziale. Un’innovazione, spesso, o nasce da una corretta gestione del reparto Ricerca&Sviluppo oppure può capitare – come spesso sentiamo nelle biografie di tanti guru digitali (e non, ovviamente) – che dal nulla arrivi un’intuizione che poi si rivela geniale. Una volta avuta l’idea però, cosa accade se qualcuno ce la “ruba”?

E qui entriamo nella questione dei brevetti, ossia il diritto esclusivo temporaneo di sfruttamento di un’invenzione in un territorio e per un periodo ben determinato, che consente di impedire ad altri di produrre, vendere o utilizzare la propria invenzione senza autorizzazione. Fin qui sembrerebbe tutto semplice: abbiamo un’idea, la brevettiamo, la realizziamo e poi godiamo dei frutti che ne verranno (e magari, dopo qualche tempo, la vendiamo anche a caro prezzo). Ma non sempre è così, anzi… soprattutto se ci sono in gioco grandi interessi come quelli delle super potenze hi-tech.

È ben nota la “guerra” recente tra Apple e Samsung per i brevetti dei loro smartphone di punta. La battaglia si gioca in diversi tribunali e se in Corea c’è stato un sostanziale “pareggio”, un mese fa il tribunale californiano di San Josè ha stabilito che l’azienda coreana ha violato i brevetti della Apple (sei per la precisione) e l’ha condannata, per plagio, a un risarcimento di ben 1,05 miliardi di dollari – avete capito bene, miliardi e non milioni – stabilendo il record di uno dei più elevati risarcimenti relativa alla proprietà intellettuale. Ovviamente la questione non finirà qua, ci saranno altri tribunali e ricorsi su ricorsi, ma il dato è evidente: dalla proprietà intellettuale non si può sfuggire, o perlomeno ci si deve fare comunque i conti.

Lo sanno bene, parlando appunto di conti, i cosiddetti “patent troll“. Non sapete chi sono? Nel gergo della rete i troll sono i classici disturbatori: coloro che si inseriscono nelle conversazioni al solo scopo di provocare e scompigliare gli animi. Nel caso si tratti di comunicazione da parte delle aziende, questi si inseriscono nel loro flusso comunicativo al solo fine di screditarle agli occhi dei clienti o potenziali tali. Ebbene, i patent troll sono un’evoluzione della specie: o si tratta di soggetti che comprano brevetti tecnologici da ricercatori universitari – spesso ignari di quello che accadrà con le loro invenzioni – oppure si tratta di vere e proprie società che registrano un grandissimo quantitativo di brevetti, spesso inutilizzati nell’azienda stessa. Perché acquisiscono tutti questi brevetti? Semplice, per il solo scopo di fare causa, e quindi chiedere i danni, a chiunque utilizzi quelle tecnologie o metodi di produzione.

Questo meccanismo è deleterio per le grandi aziende – che spesso passano più tempo nelle aule di un tribunale invece che dedicarsi al proprio business – ma soprattutto lo è per le PMI, in particolar modo per le startup. Un’innovazione, infatti, non è per forza qualcosa di nuovo e mai visto, ma spesso e volentieri si tratta di un miglioramento (anche radicale) di cose già esistenti, con cui – per forza di cose – avrà delle affinità. Quindi aumenta il rischio di vedersi citati in tribunale non appena si lancia sul mercato il proprio prodotto. E una startup, se condannata, spesso non riesce risollevarsi economicamente e chiude. E i consumatori sono indenni da questo circolo vizioso? Certo che no. Se un’azienda deve pagare avvocati e risarcimenti non può che aumentare il prezzo dei propri prodotti per rientrare nelle “spese”. Alla fine, da queste battaglie ci perdono tutti.

In Italia, da qualche anno, purtroppo c’è un calo dei brevetti soprattutto se si fa un paragone con il panorama europeo. Ma questo non significa che nel nostro Paese non ci siano “inventori”, anzi: non dimentichiamoci, infatti, che l’italian style (in qualsiasi campo, anche tecnologico) è “preso a spunto” da tutto il mondo. Secondo noi, che siamo una PMI, l’innovazione è tutto e dovrebbe essere sempre alla base del processo produttivo. E, anche se comporta uno sforzo maggiore, bisognerebbe sempre lavorare per trovare qualcosa di nuovo e non cercare di “copiare” a tutti i costi qualcosa di già esistente, anche perché prima o poi la spinta del mercato si esaurirebbe. Poi, ovviamente, può capitare di prendere spunto da qualcosa di esistente (non tutto si inventa da zero), ma prendere spunto è ben diverso da copiare. Il principio fondamentale è che una buona idea va sempre e comunque tutelata e soprattutto… rispettata!

Ora una domanda a tutte le PMI: cosa ne pensate della proprietà intellettuale e dei suoi metodi di protezione?

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